Una mano robotica e una mano umana si protendono verso uno schermo digitale luminoso, simbolo di interazione tra uomo e AI

Intelligenza Artificiale e Lavoro: grandi opportunità e piccole paure

Ormai non è più una novità per nessuno: l’intelligenza artificiale è una delle tecnologie più rivoluzionarie e cruciali del nostro tempo. La capacità delle macchine di imitare o superare le funzioni cognitive umane, come apprendere, ragionare, comunicare e risolvere problemi, sta crescendo a un ritmo frenetico tale che, anche dopo ormai diversi anni dall’esordio al grande pubblico di ciò che prima era prerogativa di ingegneri informatici e smanettoni particolarmente skillati, riesce ancora a sollevare paure e incertezze riguardo al futuro; e in particolar modo relativamente al mondo del lavoro.

Ma qual è davvero il suo impatto sul mondo del lavoro e delle aziende? Come stanno cambiando o cambieranno le professioni, le competenze, le organizzazioni e i rapporti tra le persone e le macchine? Quali sono le opportunità e le sfide che l’AI presenta per il futuro dell’occupazione? E quali sono le implicazioni etiche, sociali e politiche di questa trasformazione?

In questo articolo cercheremo di rispondere ai tanti che ancora si pongono queste domande, esamineremo i diversi aspetti dell’argomento in modo riflessivo e razionale volgendo lo sguardo anche sulle analogie di questo moderno fenomeno di massa con altre rivoluzionarie invenzioni e tecnologie emerse nel passato della storia dell’umanità, analizzando il loro impatto e i cambiamenti che queste hanno introdotto nel mondo del lavoro, le paure che hanno generato e le sfide che hanno comportato.

Una rivoluzione tecnologica cruciale, ma non così recente

L’Intelligenza Artificiale non è una novità assoluta relegata agli ultimi 3 o 4 anni come in tanti pensano: già nel secolo scorso si sono sviluppate forme di automazione e di calcolo informatico che hanno modificato il modo di lavorare e di vivere di molte persone. Tuttavia, recentemente l’AI ha raggiunto livelli di sviluppo e diffusione senza precedenti, grazie alla crescita esponenziale delle capacità computazionali, di elaborazione e stoccaggio dei dati, nonché alla disponibilità di enormi quantità di informazioni digitali (big data) da cui apprendere.

L’AI si manifesta in diverse forme e livelli: da quella “debole” o specifica, che svolge compiti limitati e ben definiti (come riconoscere volti o tradurre testi), a quella “forte” o generale, che eguaglia o supera le capacità umane in molti ambiti (come ragionare o creare). Il perfezionamento di quest’ultima è ancora un obiettivo ben lungi dall’essere raggiunto, ma già i primordiali prototipi degli inizi, persino quelli di AI “debole”, hanno dimostrato di poter avere un impatto significativo sulla vita e sul lavoro di tutti.

Gli esempi lampanti sono davvero tanti, impossibile citarli tutti. Si pensi ad esempio a quello che viene considerato il primo caso in assoluto di utilizzo dell’intelligenza artificiale, il programma “Logic Theorist”, sviluppato da Allen Newell e Herbert A. Simon nell’ormai remoto 1956, che utilizzava algoritmi di inferenza logica per dimostrare teoremi matematici e che ha segnato l’inizio dell’applicazione del ragionamento automatizzato.

Soltanto 10 anni più tardi poi, nel 1966, nasceva “Eliza”, il primo prototipo di assistente virtuale, il quale simulava una conversazione terapeutica utilizzando semplici tecniche di riconoscimento del linguaggio naturale (niente male per il bisnonno di Siri e Alexa!).

Negli anni 70, poi, fu creato un sistema di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) che permetteva di convertire testo stampato in formato digitale. Fece scalpore anche il programma di scacchi Deep Blue della IBM quando, nel 1997, sconfisse il campione del mondo Garry Kasparov; per non parlare dell’algoritmo di ricerca di Google che negli anni ’90 rivoluzionò in modo drastico il modo in cui le persone trovano informazioni sul web.

Già questi pochi casi sono sufficienti a dimostrare come l’AI abbia, fin dai suoi albori, cambiato il mondo, generazione dopo generazione, aprendo la strada a nuove opportunità e stimolanti sfide.

L’impatto sulla futura occupazione. Timori fondati?

Uno studio del McKinsey Global Institute del 2017, intitolato A future that works: automation, employment and productivity, affronta in dettaglio come l’automazione influenzerà le attività lavorative, la produttività e l’occupazione fino al 2065, suggerendo un incremento della produttività mondiale e un cambiamento delle mansioni piuttosto che un aumento della disoccupazione, sottolineando il ruolo trasformativo della tecnologia e le sue implicazioni economiche a livello globale.

Ma quali saranno, quindi, le conseguenze dell’AI sull’occupazione? Il MGI ci avrà preso o esistono professioni a rischio? Ne emergeranno di nuove? Quali saranno le competenze necessarie per lavorare nella “nuova era”? E come si dovrà adattare il sistema educativo e formativo per preparare i lavoratori del futuro?

Sono tante domande alle quali non è facile rispondere, in quanto dipendono da molti fattori, come la velocità di evoluzione e diffusione dell’AI, il contesto economico, sociale e normativo in cui si opera, le scelte strategiche delle aziende e dei governi, le preferenze e le aspettative dei consumatori e dei lavoratori.

Tuttavia, possiamo fare alcune considerazioni generali. Innanzitutto, è improbabile che l’AI sostituisca interamente il lavoro di un professionista, ma è più plausibile che ne modifichi l’approccio e le modalità di esecuzione. Infatti, la maggior parte delle professioni è composta da diverse attività, alcune più routinarie e ripetitive, e di conseguenza più facilmente automatizzabili; altre più creative e complesse, le quali richiedono capacità umane difficilmente replicabili dalle macchine intelligenti (almeno per il momento), come il pensiero laterale, l’immaginazione, l’emozione e, sopra ogni cosa, l’intuizione.

Piuttosto è probabile che l’Intelligenza Artificiale ridisegni l’ambiente di lavoro di molte persone, modificando il modo in cui i lavoratori interagiscono tra loro e con le macchine. L’AI infatti può svolgere sia il ruolo di sostituto che di complemento del lavoro umano. Nel primo caso esegue compiti che prima erano svolti dalle persone (come controllare la qualità, compilare report ecc); nel secondo caso, invece, aiuta le persone a svolgere meglio i loro compiti fornendo suggerimenti o analizzando dati.

In entrambi i casi, è necessario che sia i lavoratori che le aziende si adattino alle nuove tecnologie, imparando a usarle efficacemente e responsabilmente, sviluppando nuove abilità di pensiero critico e creativo in modo da sopperire a tutte quelle doti che le AI non possono ancora emulare come coscienza, sentimenti e moralità.

La responsabilità di questo “orientamento collettivo” ricade soprattutto sulle scuole, le quali hanno il dovere di rivoluzionare il percorso educativo delle nuove generazioni adattando il metodo e la forma mentis all’evoluzione digitale che stiamo vivendo, possibilmente anticipando i tempi in favore di un più fiorente e confortevole futuro economico e sociale.

Ci siamo già passati

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sull’occupazione non è né il primo né l’ultimo che l’umanità ha dovuto affrontare a causa delle rivoluzioni tecnologiche. Già nel passato, infatti, altre invenzioni e innovazioni hanno cambiato radicalmente il modo di lavorare e di vivere di milioni di persone, generando paure, resistenze, conflitti, ma anche opportunità, progressi e benefici.

Basti pensare alla rivoluzione industriale del XVIII e XIX secolo, che ha introdotto la meccanizzazione e la fabbrica, trasformando drasticamente l’agricoltura, l’artigianato, il commercio e la società. Questa rivoluzione ha portato a una forte crescita economica ma anche a una profonda crisi sociale, con la nascita del proletariato urbano, le lotte sindacali, le disuguaglianze e le rivendicazioni politiche. Alcuni lavoratori si sono opposti al cambiamento distruggendo le macchine che li sostituivano o li sfruttavano (i famosi luddisti); altri si sono adattati al nuovo sistema produttivo acquisendo nuove competenze o cambiando mestiere; altri ancora hanno persino inventato nuove professioni come, ad esempio, l’ingegneria meccanica, che nasce come naturale conseguenza dell’introduzione delle macchine industriali.

Lo stesso discorso vale per la rivoluzione informatica del XX secolo, che ha introdotto nella quotidianità prima il computer e poi internet, modificando il modo di comunicare e di raccogliere informazioni. Ciò ha portato indubitabilmente a una maggiore diffusione della conoscenza e ad una crescita del livello culturale medio dell’intera umanità, ma anche a una maggiore esposizione ai rischi della privacy, della sicurezza e della disinformazione. Alcuni lavoratori si sono trovati in difficoltà nel seguire il ritmo accelerato dell’innovazione tecnologica, mentre molti altri si sono aggiornati continuamente per restare al passo con i cambiamenti o per anticiparli. Anche in questo caso per ogni professione che diventava obsoleta ne scaturivano altre del tutto inedite, dettate dalle nuove necessità, come la programmazione, il web design, il marketing digitale e via dicendo.

Ad ogni passo del progresso, dunque, è inevitabile che si palesino alcuni casi di disoccupazione tecnologica, ovvero la perdita di posti di lavoro a causa della sostituzione delle macchine agli uomini; ma è altrettanto inevitabile che nascano nuovi settori, nuove professioni e nuove competenze. Spesso si tende a sottovalutare la capacità di adattamento insita negli esseri umani, eppure sarebbe sufficiente esaminare la nostra storia per vedere quanto, vuoi grazie a politiche pubbliche di sostegno transazionale, vuoi semplicemente grazie all’intelletto di poche ma determinanti persone eccellenti, in un modo o nell’altro siamo sempre emersi vittoriosi e vigorosi da qualsiasi stravolgimento tecnologico.

Crescita, competitività e vantaggi

Le aziende e i lavoratori ancora poco avvezzi al cambiamento introdotto nei recenti anni non vedano, dunque, il fenomeno dell’Intelligenza Artificiale come una minaccia, ma come una grande opportunità per il progresso economico e sociale. L’AI infatti può contribuire a migliorare la produttività e l’efficienza, rendendo le imprese più competitive e aiutando i professionisti a risolvere problemi complessi, a ottimizzare le tempistiche e a ridurre sprechi ed errori, liberandoli nel frattempo dai compiti ripetitivi, noiosi o pericolosi e permettendo loro di concentrarsi su quelli più creativi, strategici e stimolanti.

Non si tratta di opporsi al cambiamento o di subirlo passivamente, ma di coglierne le potenzialità e di gestirne i rischi. Per farlo è necessario avere una visione strategica e lungimirante, basata sulla conoscenza dei fatti e non sulle paure infondate o sulle illusioni irrealistiche.

Sempre dal McKinsey Global Institute, emerge un altro studio del 2018 che sostiene che l’AI potrebbe incrementare di circa 13 trilioni di dollari il Pil mondiale entro il 2030, con una crescita media annua del 1,2%; mentre, secondo il rapporto Future of Jobs Report, pubblicato dal World Economic Forum a gennaio del 2025, l’Intelligenza Artificiale e le tecnologie di elaborazione delle informazioni saranno il principale fattore di trasformazione per l’86% dei datori di lavoro nei prossimi 5 anni e potrebbero generare nuove professioni legate allo sviluppo e alla gestione di tecnologie AI e Machine Learning, creando, entro il 2030, 11 milioni di nuovi posti di lavoro a fronte dei 9 milioni ai quali si andrà a sostituire.

Il bilancio globale pare quindi destinato a restare positivo. L’intelligenza Artificiale porterà, a quanto pare, benessere all’intero mondo del lavoro, favorendo l’acquisizione di informazioni, l’ottimizzazione dei processi produttivi e, in generale, migliorando le condizioni di lavoro dei dipendenti e dei manager offrendo nuove soluzioni e nuovi stimoli.

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