Delle persone fanno high-five perchè gratificate dal proprio lavoro

Restituiamo fascino alla parola “Lavoro”

Immagina un mondo nel quale alla semplice domanda “che lavoro fai?” chiunque abbia un riflesso incondizionato che lo porti ad impettirsi e a rispondere con il tono entusiasta e fiero di chi si sente appagato e gratificato dal proprio ruolo nella società.

No, non parliamo di un mondo nel quale tutti sono diventati attori famosi, o manager multimilionari, ma semplicemente di una realtà nella quale ogni impiego all’interno di un sistema socio-economico ha riacquistato valore e importanza, a prescindere da quale esso sia o in quale posizione gerarchica sia collocato; insomma, stiamo immaginando un mondo nel quale ogni dipendente, dirigente o libero professionista, si trova esattamente dove vuole trovarsi a fare ciò che lo appassiona, ciò per cui sente di essere portato.

Purtroppo, per il momento non è così, quantomeno, non per tutti.

Il Lavoro è solo una Necessità?

Stando a quanto riportato da un Report FragilItalia, redatto da Legacoop e Ipsos, il lavoro è oggi solo all’ottavo posto nella scala delle priorità dei giovani Italiani. Lo studio esamina le percezioni, i valori e le aspettative che i ragazzi tra i 18 e i 34 anni hanno riguardo questo tema nel contesto sociale ed economico della nostra penisola. Da esso emerge che, per i Millenials e per la Generazione Z, il lavoro viene visto prettamente come una fonte di reddito, un diritto e un modo per affermare la propria indipendenza; tutte considerazioni più che legittime, su questo non ci piove, ma il lavoro è davvero solo questo?

Insomma, le risorse umane che dovranno costruire il futuro del nostro Paese, pare considerino il lavoro esclusivamente come un “mezzo” per accumulare denaro, una “necessità”, ma quasi mai come un “traguardo”. Non dovrebbe esso essere anche un modo per definire la propria identità e il proprio ruolo all’interno di una collettività? Non dovrebbe essere un elemento caratterizzante della nostra vita, che ci arricchisce (nel senso meno materiale del termine) e ci rende completi?

Non si vive di soli ideali

Ci sono diversi elementi, scaturenti anche dal sopra citato studio, che sembrano confermare che, al cospetto delle nuove generazioni, la parola “Lavoro” stia pericolosamente perdendo il suo “fascino”, il suo significato primordiale.

A quanto sembra, i valori che più interessano i giovani d’oggi sono altri. Rispetto, Onestà, Libertà e Amicizia vanno per la maggiore, seguiti da altre qualità prettamente legate a virtù umanistiche, a concetti immateriali correlati alla sfera emozionale o alla nobiltà d’animo.

Va tutto bene, anzi, ben venga una maggiore sensibilità da parte delle nuove generazioni riguardo tali argomenti; tuttavia sarebbe un madornale errore vivere nell’illusione che la vita sia fatta solo di ideali e sentimenti. La vita è fatta anche di altre priorità, di esigenze concrete, e tra di esse non vanno sottovalutate la crescita personale, l’autorealizzazione e la necessità di una contribuzione materiale e tangibile ai bisogni di una comunità della quale si è parte integrante.

Considerare un mestiere soltanto come un qualcosa che “si deve fare per vivere”, genera spesso anche una visione distorta delle tematiche legate ai diritti dei lavoratori, al welfare e alla definizione di “giusta retribuzione”. Parliamoci chiaro, nessuno qui vuole asserire che in Italia abbiamo solo aziende eticamente corrette e rispettose della dignità dei propri dipendenti, sarebbe troppo bello per essere vero, ma, d’altro canto, è assolutamente innegabile che esistano anche quelle e che la loro percentuale sia in costante aumento, anche per merito di importanti iniziative attuate dai governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni.

Tuttavia, nei tempi odierni, persino le più rette e rispettabili imprese incontrano spesso serie difficoltà nel far accettare le proprie condizioni contrattuali, le quali, se pur più che oneste e legittime, sono malviste da moltissimi giovani talenti quantomeno “abbagliati” da sovradimensionate proiezioni mentali di concetti quali resilienza, work-life balance e via dicendo. In buona sostanza, chi si approccia al mondo del lavoro, oggi teme di essere sfruttato, di non avere più tempo per sé stesso, di dover sottostare a orari rigidi; e il più delle volte è convinto di trovare riscontro a queste paure anche di fronte a condizioni lavorative perfettamente legittime e in linea con il tipo di impiego proposto.

Il ruolo dei Mass Media e delle Istituzioni

Se analizziamo i valori che emergono come i più gettonati nel sondaggio del Report FragilItalia, in particolare i primi 3 (Rispetto, Onestà e Libertà), sorge spontaneo il dubbio che il modo in cui i giovani d’oggi percepiscono il mondo reale sia fortemente influenzato da una forte predominanza di tali tematiche nei vari ambiti delle loro vite, e che ciò li induca a mal interpretare l’idea di giusto equilibrio tra diritti e doveri, tra agiatezza e necessità, o, per dirla facile, tra ciò che si esige e ciò che si deve.

Riallacciandoci alla visione puramente strumentale del lavoro e alla difficoltà di “accontentarsi” davanti a più che dignitose offerte di impiego, c’è da chiedersi: è possibile che una comunicazione poco attenta da parte di mass media e istituzioni stia fuorviando i giovani italiani?

Non si può negare, in effetti, che su internet, radio e televisioni, oggigiorno imperano argomenti legati all’etica e alla solidarietà. Si discute moltissimo di politically correct, di ecosostenibilità, solidarietà e inclusività, mentre, solitamente, si parla di lavoro soltanto in occasione notizie negative quali incidenti, violazioni dei diritti e così via.

È giusto che la gente venga informata di questi episodi e che i comportamenti aberranti di alcune aziende disoneste vengano resi pubblici, ma non è corretto, invece, almeno dal nostro punto di vista, che non si elogino con altrettanta accortezza tutti gli aspetti positivi legati al tema lavoro. Non è giusto che non si parli mai (o comunque molto meno rispetto al resto) di quelle imprese che ogni giorno fanno del loro meglio per contribuire sostanzialmente al miglioramento delle condizioni dei lavoratori investendo per il benessere dei propri dipendenti. Sarebbe appropriato inoltre, se ci si impegnasse più a fondo nel divulgare l’importanza dell’identificarsi nella propria professione, rendendo chiaro che il lavoro è soprattutto un modo per realizzarsi come membro attivo di una collettività e che trovare una propria identità professionale, solida e valorizzante è fondamentale per far convivere felicità e produttività.

Una maggiore attenzione da parte dei mezzi di comunicazione di massa e degli enti governativi sull’importanza di ridefinire la percezione del lavoro come un ingrediente fondamentale dell’individualità di ciascuno di noi, con tutta probabilità, contribuirebbe in maniera sostanziale a mitigare questo fenomeno e a migliorare diversi aspetti della condizione socio-economica Italiana, riavvicinando molti talenti a professioni che oggi non trovano più interesse. Un recente articolo di HRC Community tratta più a fondo questo argomento e offre una interessante panoramica sui mestieri che nessuno sembra più voler fare perché considerati (erroneamente) troppo umili, troppo pesanti o sottopagati. Questa situazione ha implicazioni significative per la società italiana. La mancanza di lavoratori in settori chiave quali la produzione industriale, l’agricoltura o l’edilizia, può portare a una riduzione dei servizi e influenzare negativamente sul PIL.

Tra le nuove generazioni, come riportato anche da Legacorp e Ipsos, vige una preoccupante diffidenza di fondo nei confronti delle aziende italiane. Questo timore irrazionale di dover sacrificare parte della propria vita svolgendo un lavoro, piuttosto che impegnarsi per rendere il lavoro stesso una parte piacevole e appagante delle proprie giornate, è una barriera non semplice da abbattere.

Noi ci auguriamo di aver fatto la nostra parte con queste nostre riflessioni.

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