L’Italia vanta certamente una ricca tradizione imprenditoriale, ma il suo percorso su questa strada non è stato costantemente lineare e rapido. Il passaggio dalle piccole botteghe artigiane alle grandi industrie, nel nostro Paese, non sempre si è dimostrato immediato e al passo con il resto del mondo. Certamente, il tessuto economico italiano si è trasformato, adattandosi alle mutevoli condizioni di mercato e alle politiche economiche, ma molte volte lo ha fatto più seguendo una scia piuttosto che creandola. Nel campo dell’innovazione, fatte le dovute e sacrosante eccezioni tra i vari Marconi, Olivetti, Pirelli e altre eccellenze indelebilmente scolpite nella nostra storia, raramente siamo stati pionieri.
Nel corso degli anni, abbiamo assistito a riforme significative che hanno cercato di semplificare il percorso burocratico per avviare o sviluppare un’impresa al fine di incentivare la produzione e l’innovazione, ma la strada verso una vera ed efficace semplificazione, tuttavia, sembrerebbe ancora lunga; la pressione fiscale e la rigidità del mercato del lavoro (tra le altre cose) pongono ancora ostacoli non trascurabili a una vera e propria rivoluzione dei processi creativi, produttivi ed espansionistici.
Dunque, parrebbe che nel corso degli anni ci sia stata da parte dei nostri organismi statali una certa “buona volontà” di fare qualcosa di concreto; si vedano le varie politiche di liberalizzazione degli anni ’90, flat tax, nuovi incentivi e finanziamenti statali a supporto di startup e PMI e via dicendo. Tuttavia sembra sussistere nel profondo di una metaforica anima di queste istituzioni una sorta di radicato timore di mollare troppo il guinzaglio, alleggerendo il cappio al collo (sempre metaforico) delle aziende italiane per liberarle da complicanze burocratiche, scartoffie e controlli più invasivi di un esame alla prostata.
E quindi, oggi è meglio di ieri oppure no? Analizziamo i punti salienti e cerchiamo di capirlo insieme.
Cosa era meglio ieri e cosa no
Nel tessuto imprenditoriale italiano, il confronto tra passato e presente rivela una realtà sfaccettata, dove ogni epoca porta con sé specifiche sfide e vantaggi. Analizziamo insieme alcuni aspetti chiave che delineano il cambiamento nel panorama delle imprese del Bel Paese.
Costi di gestione:
Gestire un’impresa ai tempi dei nostri nonni era decisamente meno oneroso dal punto di vista economico. I costi di produzione e amministrazione aziendale erano generalmente più contenuti e le normative meno stringenti permettevano una maggiore flessibilità.
Nel nuovo millennio, le aziende si trovano a fronteggiare la pressione dei costi energetici e la necessità di rispettare standard ambientali sempre più stringenti che hanno reso la gestione di qualsiasi attività commerciale ed economica molto più onerosa rispetto agli anni del ‘900, quando tali preoccupazioni erano meno condizionanti.
Anche le politiche del lavoro e la gestione delle risorse umane oggi sono molto più regolamentate e, conseguentemente, più impattanti sul bilancio. Ora, parliamoci chiaro: proteggere l’ambiente, ridurre gli sprechi e ottimizzare qualità e sicurezza di persone, prodotti e servizi sono cose che tornano a vantaggio dell’intera comunità; ma probabilmente non siamo ancora stati in grado di conciliare queste esigenze con una strategia esecutiva economicamente sostenibile ai fini di uno scenario imprenditoriale più prospero e promettente.
Accesso al credito pubblico:
Nei tempi passati, l’accesso a finanziamenti pubblici era un percorso impervio, segnato da un formalismo labirintico e da una scarsa propensione al rischio da parte delle istituzioni. Le PMI spesso si trovavano in difficoltà nel navigare tra le maglie di un sistema complesso e poco incline a sostenere l’innovazione.
Negli anni più o meno recenti, la situazione ha visto una svolta positiva sotto questo aspetto. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e programmi di finanziamento europei come Horizon Europe, creato dalla Commissione europea per sostenere e promuovere la ricerca, hanno introdotto nuove opportunità, con fondi dedicati a progetti innovativi e sostenibili che favoriscono la crescita economica. Questo cambiamento è particolarmente evidente nel sostegno ricevuto dalle aziende nel settore delle energie rinnovabili che ha permesso lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia.
Sul fronte legislativo interno, la Legge annuale per le PMI (Legge 11 marzo 2026, n. 34), entrata in vigore lo scorso 7 aprile, interviene direttamente su questo tema con un intero capo dedicato all’accesso delle PMI al credito bancario.
Accesso al credito privato:
Un tempo, le banche erano le principali, se non uniche, fonti private di credito per le imprese, con requisiti stringenti e una certa riluttanza nel finanziare realtà emergenti o settori considerati rischiosi. Oggi il panorama si è arricchito di alternative. Il crowdfunding e il lending online hanno democratizzato l’accesso ai capitali, permettendo a imprenditori di ogni dimensione di trovare sostegno finanziario attraverso la collettività o investitori privati.
Burocrazia:
Sebbene la burocrazia sia sempre stata una costante nel sistema italiano, in passato le procedure erano meno numerose e, in alcuni casi, meno complesse. Negli anni, l’assillo delle formalità si è pesantemente intensificato, con un incremento degli adempimenti amministrativi che richiedono tempo e risorse, spesso rallentando l’operatività delle imprese. Pensiamo, ad esempio, al processo di ottenimento delle autorizzazioni commerciali: prima, seppur mai immediato e solerte, esso era decisamente meno articolato; ora, invece, un’impresa deve navigare tra una moltitudine di normative e certificazioni, spesso con tempi di attesa estremamente lunghi e flemmatici che possono rallentare significativamente l’avvio delle attività se non, nei casi peggiori, costringere gli imprenditori a desistere del tutto e abbandonare i propri progetti.
La stessa Legge 34/2026 citata poc’anzi affronta anche il tema burocratico, introducendo misure di semplificazione degli adempimenti amministrativi che rappresentano, nelle intenzioni del legislatore, un ulteriore tentativo di alleggerire quel carico normativo che continua a gravare sulle spalle delle nostre aziende.
I dati confermano questo quadro: secondo il Flash Eurobarometer 559 della Commissione Europea, il 69% delle PMI italiane (cinque punti sopra la media UE) indica gli ostacoli normativi e gli oneri amministrativi come il proprio problema principale. Una più recente pubblicazione di Confartigianato, inoltre, riporta che la burocrazia ostacola addirittura il 74% delle imprese italiane.
Globalizzazione e Concorrenza:
La concorrenza è un fattore che ha subito trasformazioni significative nel corso degli anni. Ieri, le imprese italiane operavano in un mercato meno saturo e più localizzato, dove la competizione era spesso circoscritta a livello regionale o nazionale. Questo permetteva una crescita più organica e meno aggressiva.
La globalizzazione degli ultimi decenni ha portato cambiamenti radicali nel mondo del business che coinvolgono anche le imprese italiane. Oltre a un costante aumento delle realtà interne, infatti, l’ingresso di attori internazionali ha reso il mercato più saturo e sfidante, ma certamente anche più ricco di opportunità e potenziale, aprendo le porte a nuove possibilità di crescita.
Stare al passo è diventata una condizione sine qua non. La necessità di adattarsi a un contesto economico più ampio e complesso conferisce agli imprenditori nuovi incentivi e stimoli che portano a un costante aumento della qualità dell’offerta, a beneficio sia delle aziende più attente che dei consumatori.
Tecnologia:
L’evoluzione tecnologica ha sempre avuto un impatto profondo sulla gestione d’impresa. Il progresso scientifico e l’ingegno umano sono qualcosa che va molto al di là di un netto ed individuabile cambio di scenario. Si può iniziare a parlare di sviluppo tecnologico fin dagli albori stessi dell’umanità. Persino la prima volta che un sasso fu usato per rompere una noce e mangiarne il frutto si può considerare come l’avvento di una nuova tecnologia. Pertanto, è più che ovvio che questo fattore abbia sempre condizionato la civilizzazione, così come ha influenzato l’industria e il commercio fin da quando il concetto stesso di impresa è stato concepito.
Ciò che è facilmente constatabile (soprattutto nei recentissimi anni) è la velocità con cui la tecnologia diventa sempre più impattante sulla nostra società e sul mondo del lavoro; una velocità che cresce in modo esponenziale e la cui parabola ascendente sembra destinata a non avere mai fine.
Tornando al nostro argomento, tale rapidità di sviluppo rende certamente più difficile oggi, rispetto al passato, adattare la gestione di un’azienda alle continue rivoluzioni del settore tecnologico; basti pensare a quanto sta succedendo in ambito di Intelligenza Artificiale, con tools nuovi che nascono come funghi giorno dopo giorno, con una frequenza tale da rendere quasi impossibile un completo aggiornamento sulla loro applicabilità.
A conferma di questa complessità, i recenti dati del Report Imprese e ICT 2025 dell’Istat, fotografano un tessuto imprenditoriale in pieno fermento ma ancora alla ricerca di una rotta definita. Da un lato, l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nelle aziende italiane (con almeno 10 addetti) sta crescendo a ritmi serrati, raddoppiando in un solo anno dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025; dall’altro, l’impatto di questi innumerevoli strumenti tecnologici si riflette in un approccio spesso esplorativo. Ben il 33,4% delle aziende che già impiegano l’AI non sa ancora associarle una finalità aziendale specifica, un dato che denota un utilizzo iniziale, sperimentale e ancora poco strutturato.
A frenare un’adozione più consapevole è proprio la difficoltà di restare al passo: tra le imprese che hanno valutato l’utilizzo di Intelligenza Artificiale senza poi investirvi, l’ostacolo principale sembra essere la mancanza di competenze adeguate, lamentata da quasi il 60% delle organizzazioni coinvolte nel sondaggio.
Queste problematiche rischiano di lasciare indietro i più piccoli in questa epocale corsa tecnologica, ampliando il divario tra le grandi imprese, che adottano l’AI in oltre la metà dei casi (53,1%), e le PMI, la cui quota di utilizzo si attesta appena al 15,7%.
L’apporto che il fenomeno AI dà al mondo dell’imprenditoria è indubitabilmente positivo e impattante; permette alla creatività e all’ingegno di usufruire di nuovi strumenti per mettere a frutto idee, strategie e soluzioni. Il mondo dell’imprenditoria italiano dovrà sforzarsi, quindi, di adeguarsi ai ritmi frenetici che la tecnologia digitale di questo secolo sembra imporre.
Una risposta chiara ad una domanda difficile
Dunque, fare impresa in Italia oggi è più facile o più difficile rispetto al passato? Rispondere a questo quesito è un compito piuttosto complesso. A seguito delle considerazioni sopra esposte, oseremmo dire che, sotto certi aspetti, è più facile; sotto altri, è più difficile.
È evidente che, nonostante le sfide persistenti (in primis burocrazia asfissiante e concorrenza in continuo aumento), l’accesso a risorse economiche più ampie, le opportunità di networking e la disponibilità di tecnologie sempre più avanzate ed efficienti offrono un terreno fertile per la modernizzazione e la crescita. Quindi, rimbocchiamoci tutti le maniche e stiamo sul pezzo! 💪


